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Tutti insieme siamo più intelligenti di ciascuno di noi

memoria collettiva

memoria collettiva

Prendo in prestito questo detto giapponese perché dopo il mio ultimo articolo sulla tecnologia e sulla sua capacità di catturare l’attenzione di giovani ed adulti, molte persone mi hanno chiesto se a causa di internet ed i social media la nostra attenzione si sia in qualche modo ristretta 🙂

Premessa: la nostra mente cerca di sfruttare nel modo migliore le sue risorse che comunque sono limitate, così come hanno dimostrato anche recenti ricerche di uno scienziato cognitivista chiamato Halberda, ricorriamo a giochini mnemonici che ci sono di aiuto per combinare diverse informazioni.

L’origine delle nostre distrazioni si trova in gran parte nella nostra testa e non nella tecnologia che usiamo. Anzi quest’ultima ha contribuito ad espandere notevolmente il potere della nostra memoria creando la  cosiddetta “memoria collettiva” e Wikipedia ne è la prova.

Attraverso  Social come Facebook si imparano a costruire relazioni, pochi sono i legami forti, gli “amici più stretti”, ed innumerevoli legami deboli come le conoscenze superficiali che rappresentano una sorta di espansione della nostra attenzione, dandoci informazioni di qualunque tipo: ricette, shopping, luoghi da visitare, possibilità di lavoro, notizie di cronaca in tempo reale etc.

Durante il percorso di mentoring punto l’attenzione pertanto sull’abilità di coordinare quello che sappiamo con quello che apprendiamo attraverso i nostri mille occhi di amici, nemici, parenti colleghi e familiari che rappresentano  la nostra attenzione/memoria collettiva 😉 .

Ai ragazzi che seguo ricordo sempre quello che afferma un gruppo di ricerca della Carnegie University e cioè che “la risorsa più preziosa in un computer non è il processore o la memoria, né l’hard disc o la rete, ma l’attenzione umana”.

Se vuoi sapere come sfruttare al meglio la TUA memoria collettiva e migliorare quella individuale, prenota una sessione di Mentoring, ti aspetto.

Ciao a tutti

Roberta

Andreste all’estero a dirigere una fabbrica che fa lavorare i bambini?

sai entrare in un altra cultura?

Lavorando con i giovani molto spesso mi capita di sentire che hanno intenzione di iniziare una carriera lavorativa all’estero; solitamente si scoraggiano pensando alle mole di conoscenza e di abilità  che pensano di dover avere prima di svolgere con successo una professione in un ambiente culturale diverso.

Ecco quindi le strategie  che personalmente ho trovato più utili 😉

Primo fra tutti esaminare la propria  MOTIVAZIONE : una sana curiosità è essenziale se si ha voglia di integrarsi con quella specifica cultura . E’ necessario essere davvero curiosi di imparare tutto circa le persone con la quale andremo ad interagire: abitudini alimentari, modi di dire, modo di relazionarsi. Se non si ha questo tipo di curiosità, risulta davvero difficile poter interagire con chiunque soprattutto nel proprio posto di lavoro. 

Secondo, imparare a “DECENTRARSI” : avere cioè la volontà di interpretare le cose vedendole secondo un altro punto di vista. Sapersi mettere nelle scarpe dell’altro e vedere le cose secondo la loro prospettiva,  la considero una abilità fondamentale . Se ad esempio una persona sposta lo sguardo mentre state parlando non date per scontato che sia una persona scortese. In alcune culture asiatiche come ad esempio la Tailandia , guardare qualcuno negli occhi denota invece una forma estrema di insubordinazione o provocazione, quindi distolgono lo sguardo per educazione. Lo stesso dicasi se qualcuno entra nel vostro ufficio ed immediatamente si siede senza chiedervelo, in alcune culture orientali risulta sgarbato rimanere fisicamente alla stessa altezza del proprio superiore! Pertanto sedersi immediatamente deve essere interpretato come un atto di deferenza. DECENTRARSI include anche chiudere il proprio manuale delle buone maniere accettando che le persone che ci circondano hanno davvero un altro manuale! 🙂

Un’altra abilità fondamentale per essere un vero “cittadino del mondo” è conoscersi a fondo, CONOSCERE I NOSTRI PUNTI DI FORZA E LE NOSTRE DEBOLEZZE e riflettere su come possano essere interpretate da un’altra cultura . In passato spesso avevo la necessità di comunicare via Skype con alcuni colleghi dell’area arabica, Kuwait ed Arabia Saudita, spesso ricevevo delle lamentale circa il mio inglese . A dire la verità il mio inglese era ottimo quello che sbagliavo era il mio tono, spesso stridente ed autoritario, agli occhi dei miei interlocutori uomini, di quella cultura,  risultava offensivo. Esercitandomi ad usare un tono molto più simile a a quello utilizzato dalle donne arabe ho migliorato considerevolmente la mia comunicazione.

Il punto è che è necessario “modularsi” senza trasformare totalmente la nostra condotta, altrimenti rischieremmo di diventare delle persone false e quindi difficilmente riusciremmo a mantenere sempre tale maschera.

 RIMANERE FEDELI AI NOSTRI VALORI è estremamente importante soprattutto quando si ha a che fare con situazioni di responsabilità sociale. Immaginate ad esempio vi venga chiesto di dirigere uno stabilimento in una qualsiasi parte del mondo dove sono impiegati regolarmente bambini nelle fabbriche. Sareste in grado di farlo sapendo che molte famiglie fanno affidamento proprio su questo reddito? O preferireste aderire al principio per cui i bambini non dovrebbero lavorare ma andare a scuola che rispecchia il nostro paradigma culturale?

Questo tipo di dilemma culturale può diventare davvero difficoltoso da gestire e lo si può fare unicamente se si è in grado di conoscere quali sono i nostri valori di riferimento e fino a che punto siamo elastici su questi.

Questo ragionamento porta verso quella che è l’abilità principale, e cioè un altissimo livello di INTELLIGENZA EMOTIVA. Questa consiste nella capacità di andare avanti anche quando le cose non sembrano andare per il verso giusto. Delusioni e fallimenti sono inevitabili e fanno parte del processo di apprendimento . Uscire dalla propria zona di confort non è sempre facile ma saper accettare nuove sfide e perseverare attraverso le difficoltà è l’unico modo per uscirne definitivamente, consentendo anche di rafforzare la propria personalità e performare molto bene anche in ambienti culturali molto diversi.

A presto

Roby 

Source : Speak Up – Culture beyond language

Come diventare simpatici a prof e compagni

Evitiamo di fare la sua fine

Evitiamo di fare la sua fine

Mentre surfavo sulla rete sono rimasta colpita da un articolo pubblicato sul sito Cracked.com intitolato 5 WAYS You’re Accidental Making  Everyone Hate You e cioè i 5 comportamenti inconsapevoli che ti fanno odiare da tutti.

Nonostante spesso quando si parla di comportamenti si tende un po’ troppo a generalizzare devo dire che non ho potuto fare a meno di notare che  esistono degli atteggiamenti inconsapevoli che provocano effetti davvero NON voluti da chi li ha tenuti con conseguenze a volte importanti soprattutto se si parla di scuola, un colloquio di lavoro, un nuovo impiego oppure un nuovo incarico.

Per questo motivo mi sento di consigliare una serie di strategie agli studenti che si accingono ad entrare in una nuova scuola allo scopo di evitare che possano risultare, loro malgrado, antipatici a compagni e professori. 😦

Gli atteggiamenti di SUPERIORITA’ o DOMINANZA pur non potendo prescindere dalle relazioni umane perché fanno parte dell’inconscio, sono senza dubbio quelli che creano più problemi nelle interazioni sia fra i pari, compagni di classe, amici, fratelli sia con gli adulti come i professori o genitori.

Queste dinamiche sociali di superiorità o dominanza proprio perché entrano in  ogni interazione, è possibile attuarle anche attraverso dei comportamenti INCONSAPEVOLI che possono sembrare assolutamente naturali per chi li assume ma che  in realtà possono offendere gli altri e questo perché le persone al mondo sono DIVERSE ed hanno preferenze che per qualcuno possono non aver alcun senso, così come le nostre possono non essere comprese da tutti.

Iniziamo:

Atteggiamento del  “VA BENE A ME , VA BENE A TUTTI”.Esempio: Il professore propone di fare una verifica fra due giorni, TU, senza confrontarti con i tuoi compagni di classe, proponi di posticiparlo alla prossima settimana, dando per sottinteso che TUTTI sono d’accordo ad avere più tempo per ripassare. Nonostante non tutti i tuoi compagni siano d’accordo nessuno ha il coraggio di intervenire ma stai suscitando un odio profondo nei confronti di alcuini di loro e probabilmente nei confronti del professore che rendendosi conto che la tua proposta non è condivisa da tutti, il tuo in realtà è un atto di PREPOTENZA. In entrambe i casi il meccanismo involontario è quello della DOMINANZA con la conseguenza che non capendo come mai provochi stizza in compagni e professori ti rende frustrato e magari per non mostrare tale frustrazione ostenti indifferenza, che ti rende agli occhi degli altri ancora più antipatico. 

Atteggiamento del  “QUANTO SO’ BRAVO, QUANTO SO’ FORTE”.Esempio: sei appena tornato dalle vacanze estive che non vedi l’ora di raccontare ai tuoi compagni : Mega Party in piscina, torneo di calcetto vinto oppure quel costosissimo regalo ricevuto per la promozione.  Improvvisamente ti rendi conto che qualcuno ti guarda strano o peggio smette di parlarti perché magari la sua famiglia non si è potuta permettere neanche di andare in vacanza. Le dinamiche sociali e direi anche la buona educazione, IMPONGONO di non parlare delle propria superiorità sociale anche nel caso fosse davvero evidente. Puoi lasciarti andare solo in caso ti trovi a parlare con un vero amico ma non vantarti troppo altrimenti risulteresti antipatico anche a lui.;-) 

Atteggiamento del “LA MIA SITUAZIONE E’ DIVERSA”.Esempio: Quando parli con un tuo compagno a scuola che non ha mai ricevuto un voto insufficiente pensi che sia stato “fortunato” e che gli è andato sempre tutto bene perché la famiglia lo aiuta o perché ai professori risulta simpatico, al contrario di quello che accade a te che hai tanti problemi e risulti antipatico. Quindi pensi che gli altri hanno successo perché non hanno avuto problemi, mentre tu sei bloccato dalle difficoltà; dai per scontato che gli altri sono “fortunati” solo perché non hai visto le difficoltà  che hanno dovuto affrontare. In realtà l’unica differenza è che loro non hanno fatto il ragionamento de  “la mia situazione è diversa” e si sono impegnati.;-) Anche in questo caso possono nascere delle incomprensioni date dal senso di superiorità dato da un presunto DEBITO MORALE che i fortunati avrebbero nei tuoi confronti.

Atteggiamento del “SE NON DICO NIENTE NON POSSO FARE BRUTTA FIGURA”. Esempio: Quando si parla in classe durante la ricreazione eviti di intervenire per non metterti in imbarazzo, o se il professore ti rivolge uno sguardo in cerca di assenso durante la spiegazione abbassi lo sguardo, se ti invitano ad uscire con un SMS neanche rispondi. La timidezza ti suggerisce l’alibi che se fai così nessuno si può arrabbiare. Giusto? Sbagliato! Anche questo è un meccanismo psicologico inconscio che parte dalla DOMINANZA:

SILENZIO = IGNORARE L’ALTRA PARTE

Se ignori qualcuno è come se gli stessi dicendo che non è degno della tua attenzione ed abbassi la sua importanza, rifletti sull’effetto quindi che può provocare agli occhi di un tuo docente.

Non ti serve essere un genio della comunicazione come Antony Robbins, bastano tre secondi scarsi per far capire all’altro che non lo stai ignorando. :-)Anche se la tua risposta non è da manuale dei rapporti sociali, è sempre meglio del silenzio! ;-)

 Se ti riconosci in qualcuna di queste modalità involontare puoi contattarmi qui .

A presto

Roby

Voglio ricordare tutto come Cicerone

memoria-di-ferroPresa dall’entusiasmo per la visione del film Now You See Me …..ho comprato e letto subito il libro di uno dei mentalisti più forti al mondo Derren Brown. Sono rimasta sbalordita della semplicità con cui spiega molte tecniche utilizzate per memorizzare le carte e che a parer mie possono essere riprodotte da chiunque abbia bisogno di riuscire a ricordare informazioni nella “sequenza perfetta”.;-) 

Una di queste si chiama TECNICA DEI LOCI (da “locus” che significa luoghi) Considera che questa tecnica è molto utilizzata al “World Memory Championship” nella prova della memorizzazione delle carte da gioco.
Su internet puoi  vedere un estratto dal documentario realizzato dalla BBC sulle potenzialità del cervello intitolato “BBC-Get smart”. E’ in inglese ma anche nel caso in cui non lo sapessi il messaggio si capisce molto bene grazie all’uso delle immagini. Descrive la tecnica utilizzata dal campione del mondo nel 2002 Andy Bell per memorizzare 10 mazzi di carte da gioco in 20 minuti. Utilizzando la tecnica dei loci ha memorizzato le 520 carte ed è in grado di rievocare la posizione di ogni singola carta. Ha impiegato 2,3 secondi a carta! ;-) 

loci 2Non ci crederai ma questa tecnica  risale a più di 2000 anni fà. Porta il nome del suo inventore, Cicerone, che, senza avere a disposizione le informazioni che sono state scoperte negli ultimi anni sul funzionamento della nostra mente, si era reso conto che, facendo un certo tipo di pensieri, riusciva a ricordare le sue orazioni senza aver bisogno di alcun appunto.

La tecnica da lui utilizzata era molto semplice e altrettanto efficace. Immagina che volesse parlare di quattro argomenti principali (o capitoli)  Ovviamente, le cose che voleva dire su ciascun di questi le aveva ben presenti. Gli serviva soltanto una strategia per ricordare la giusta sequenza. Pensava semplicemente ad un tragitto: un esempio poteva essere quello che portava da casa sua al foro dove teneva le sue orazioni e, ad ogni cosa particolare che incontrava, associava un oggetto che gli ricordasse l’argomento del quale doveva parlare. Se gli argomenti dei quali voleva parlare erano Catilina, i soldi, la guerra e la memoria, associava idee che gli ricordassero questi argomenti alle cose che incontrava nel tragitto. Questo gli permetteva di ripercorrere il discorso avendo sempre il filo conduttore, senza perdersi e senza saltare da un argomento all’altro senza una logica.
Possiamo usare questa tecnica per ricordare una sequenza di punti chiave di una presentazione con slides, di un esame o di qualunque altra cosa che ritieni opportuno

Ovviamente, possiamo prendere uno qualsiasi dei percorsi che abbiamo fatto anche senza conoscerlo nel dettaglio, io solitamente consiglio il tragitto che si è soliti fare per andare al lavoro o scuola. Questo perché prenderemo come ganci mentali soltanto i punti che ricordiamo, ripercorrendo mentalmente quel tragitto: sono i punti che più ci hanno lasciato un’emozione (ah quel bellissimo negozio di scarpe sotto casa mia  ;-) ) e che, quindi, ci torneranno in mente ogni volta che penseremo a quel percorso. Questa tecnica a differenza delle mappe che ci costruiamo per ricordare,  è solo mentale, quindi, non scriveremo nulla e, prima di riutilizzare uno stesso tragitto per memorizzare altri concetti, dobbiamo aver portato a lungo termine le informazioni che avevamo studiato precedentemente.

Comunque i loci devono essere impressi saldamente nella memoria, perché è fondamentale che tu non faccia mai fatica a ricordarli, non più di quanto faccia fatica a ricordare le stanze della tua casa.

Ti faccio un esempio immaginiamo che tu abbia una serie di cose da ricordare da fare nella giornata:

  1. Comprare dei francobolli
  2. passare dalla lavanderia
  3. al lavoro chiamare Tizio
  4. dar riparare il tuo cellulare
  5. dare da mangiare al gatto
  6. telefonare a Caio

Ora inizia così il percorso dei loci, la prima cosa è comprare sono i francobolli quindi posiziona una immagine nitida dei “francobolli” la tua prima localizzazione, se è un negozio magari immagina un enorme francobollo appiccicato sulla vetrina, poi passiamo alla lavanderia immagina il tuo tailleur preferito indossato dalla ragazza del bar (2° locus) continua così la lista sostituendo le cose da fare con una immagine localizzata sul tuo percorso . Se devi telefonare a Tizio immaginalo in chiesa (3 locus) mentre serve la messa!

Ti assicuro che una volta terminato avrai in mente un percorso familiare che puoi ripassare con la fantasia ogni volta che vuoi!

Questa è una delle tecniche che insegno ad i ragazzi durante le sessioni di mentoring, se ti interessa saperne di più contattami,  ti risponderò subito  .;-) 

Ti saluto

Roby

Pagellino scolastico ad effetto Barnum

effetto_barnum

P. T. Barnum, l’impresario del celebre circo americano, soleva dire che i suoi spettacoli avevano tanto successo perché in essi si poteva trovare “qualcosa per ciascuno:” i numeri erano talmente vari che tutti trovavano qualcosa di loro gusto.

Per capire come sia possibile applicare questo principio alla stesura di un pagellino scolastico, bisogna fare un salto in avanti di quasi un secolo dai tempi di Barnum. Alla fine degli anni ’40 lo psicologo americano Bertram R. Forer teneva un corso introduttivo ad una quarantina di studenti del primo anno in un’università della California. Aveva appena parlato del “Diagnostic Interest Blank”, un questionario standardizzato da lui sviluppato per cercare di descrivere in maniera sintetica ed oggettiva il carattere di una persona. Per mostrare il funzionamento del sistema, chiese ai suoi studenti di compilare il questionario stesso: sulla base dei risultati, avrebbe tracciato un breve profilo caratteristico di ciascuno.

Trascorso il tempo necessario per esaminare i questionari, Forer consegnò ad ogni studente una busta contenente un profilo caratteriale in tredici punti, chiedendo di esprimere con un punteggio da zero a cinque quanto buona fosse la descrizione.

Il risultato fu quello che il professore si aspettava: quasi tutti gli studenti avevano dato un punteggio alto, quattro o cinque (i punteggio medio risultò essere 4.2), mentre nessuno aveva dato zero o uno: i profili preparati da Forer erano veramente azzeccati!

Ma Forer aveva imbrogliato, a fin di bene, i suoi studenti. I profili caratteristici “personalizzati” erano tutti uguali! Ecco la traduzione dei tredici punti del testo originale:

  1. Hai molto bisogno che gli altri ti apprezzino e ti stimino.
  2. Hai una tendenza ad essere critico nei confronti di te stesso.
  3. Hai molte capacità inutilizzate che non hai volto a tuo vantaggio.
  4. Pur avendo alcune debolezze nel carattere, sei generalmente in grado di porvi rimedio.
  5. Il tuo equilibrio sessuale è stato in qualche modo problematico.
  6. Disciplinato e controllato all’esterno, tendi ad essere preoccupato ed insicuro dentro di te.
  7. A volte dubiti seriamente di aver preso la giusta decisione o di aver fatto la cosa giusta.
  8. Preferisci una certa dose di cambiamento e varietà e ti senti insoddisfatto se obbligato a restrizioni e limitazioni.
  9. Ti vanti di essere indipendente nelle tue idee e di non accettare le opinioni degli altri senza una prova che ti soddisfi.
  10. Hai scoperto che è imprudente essere troppo sinceri nel rivelarsi agli altri.
  11. A volte sei estroverso, affabile, socievole, mentre altre volte sei introverso, diffidente e riservato.
  12. Alcune delle tue aspirazioni tendono ad essere davvero irrealistiche.
  13. La sicurezza è uno degli obiettivi principali nella tua vita.

Forer, proprio come Barnum, aveva messo nel testo consegnato agli studenti “qualcosa per ciascuno”: un po’ di tutto in modo che chiunque trovasse qualcosa (o anche più di qualcosa) che si adattava al proprio carattere.

Esaminando i tredici punti del profilo ci si accorge subito di alcuni trucchi che si possono usare: primo di tutti, fare affermazioni contraddittorie (ed esempio la 6 o la 11). Dato che sono frasi che affermano sia una cosa sia il suo contrario, nella peggiore delle ipotesi saranno sbagliate soltanto a metà. Tuttavia, dato che raramente il carattere di una persona è monolitico, le probabilità che la persona si riconosca nella contraddizione stessa più ancora che in una delle due metà è molto alta.

Un altro trucco, quasi ovvio, è fare affermazioni talmente scontate da essere vere per chiunque, come ad esempio la numero 7: chi è così sicuro di sé da essere sempre certo di aver fatto la scelta giusta? Un terzo trucco è quello di sbilanciarsi leggermente verso una descrizione positiva del carattere, cercando sempre di compensare eventuali “difetti” (come nel punto numero 4): lasciando stare le lodi sperticate, un profilo “positivo” non solo compiace chi lo legge, ma lo rende anche più disposto a crederci.

Perché ho voluto parlare dell’“effetto Barnum”? La lezione che anche Forer trae, nell’articolo in cui descrive l’esperimento, è che è molto difficile far valutare SOLO al soggetto stesso, ad esempio uno studente, la bontà di una descrizione del proprio carattere ed inclinazioni.

Inoltre  che è facile scrivere un giudizio od un consiglio di orientamento completamente generico, in cui tutti possano riconoscersi: “ Vista la sensibilità dello studente dimostrata durante il percorso di studio, si consiglia l’indirizzo umanistico” – “l’alunno ha raggiunto in modo adeguato gli obbiettivi programmati ed ha acquisito una buona capacità di organizzare i tempi si consiglia pertanto qualsiasi indirizzo di studio”- “l’alunno ha mostrato maggiore interesse per le materie che utilizzano strumenti tecnologici, si consiglia pertanto un indirizzo di studio tecnico o professonale”

Il percorso di Mentoring che propongo ai miei studenti si propone di indirizzare i giovani verso esperienze educative che possano coinvolgerli emotivamente e questo perché parto da una prospettiva assolutamente NUOVA, e nella maggior parte dei casi con dei risultati eccellenti. 

Se ti interessa sapere come funziona il percorso puoi contattarmi anche via Skype. 

Ciao

Roby

Non condannatevi da soli … Average is over

Avere l’onestà di ammettere che un determinato talento od attitudine proprio non si ha, è come un farmaco “salva-vita”.

Nel mondo del lavoro infatti è pieno di gente che svolge con piacere una professione per cui è predisposta, per cui non possedere nel proprio curriculum la combinazione “passione – talento” significa partire senza bagagli!

A mio parere ….l’entusiasmo non è una dote sufficiente.

Utilizzare il proprio talento oltre ad essere veramente molto meno “faticoso” è davvero divertente e nel momento in cui viene riconosciuto è davvero una grandissima gratificazione, che non ha niente a che fare con carriera e successo economico . Svegliarsi al mattino con questo tipo di “entusiasmo” corrisponde alla mia idea di successo e libertà.

Average is over: la media è finita con questo titolo all’inizio di quest anno Thomas Friedman scrive sul New York Times; attraverso un aneddoto spiega la seguente  tesi: in passato un lavoratore con competenze medie, svolgendo un lavoro medio, poteva ottenere un salario medio. Oggi la media non c’è più.  Average is over … appunto “Essere medi oggi non porta i benefici di una volta … visto che i datori di lavoro hanno abbondanza di mano d’opera straniera a buon mercato ed automazione in genere a buon mercato. … ognuno di noi deve essere in grado di capire quale potrebbe essere il suo contributo originale,  il suo valore aggiunto che lo distingue e gli permette di trovare il proprio spazio sul mercato del lavoro.”

QUINDI SE NON INDISPENSABILI ALMENO UTILI …  ALTRIMENTI KAPUT.

Cercare un impiego che NON richieda né talento né passione è davvero difficile da trovare, questi mestieri diventano sempre più scarsi e pagano davvero poco… quindi Average is over vale davvero per tutti, giovani ed adulti, l’impegno da solo non basta più.  Dovete individuare il vostro talento e capire come usarlo. Perché qualcun altro, state certi, capirà come usare il suo.

P.S. Pur rivolgendomi in particolre ai giovani, queste poche righe le ho scritte per tutti gli “adulti” che si mettono in contatto con me per saperne di più sul mio lavoro.

A presto

Roby!

Se uno ha un perché sopporta molti come

Questa bella citazione di Nietzsche mi viene sempre in mente quando conosco studenti che riescono ad affrontare esami verso il quale non hanno alcuna propensione o attitudine, ma che riescono a superare grazie alla determinazione interiore di raggiungere un determinato obiettivo.

Qualunque sia il traguardo prescelto, quando parlo con loro cerco di spostare l’attenzione sul “valore”  più che sulla realizzazione personale e questo perché la decisione di perseguire un valore rende meno drammatico l’eventualità di non raggiungere gli obiettivi scolastici e professionali prefissati, faccio un esempio: ho conosciuto una ragazza che era caduta in crisi perché per diverse circostanze il suo sogno di diventare pediatra non si era realizzato ed avendo lei una grossa propensione per l’infanzia ha vissuto questo momento come una vera propria debacle personale. Attraverso l’ attività di mentoring le ho dimostrato  che il valore “attenzione per l’infanzia”  era per lei molto più importante di quanto fosse la sua identificazione con la professione di pediatra pertanto se avesse esercitato maggiormente la sua abilità di raccogliere i dati dall’esterno si sarebbe resa conto che fare la pediatra non era assolutamente l’unico modo per vivere questa sua passione, diventando ad esempio insegnante o semplicemente una brava mamma!

Questo è uno dei punti di partenza del mio lavoro che consiste nel dare la possibilità ai giovani di aprire i loro occhi di fronte un’attualità assolutamente NUOVA  da quella che era stata fino al giorno prima che iniziasse l’attività di mentoring;  è un’abilità che si costruisce dopo pochissime sessioni così come è accaduto con la ragazza di cui parlavo prima che ha avuto la possibilità attraverso un semplice  lavoro di commessa in un negozio di articoli per l’infanzia di fare rapidamente carriera e diventare una importante area-manager per una nota catena di negozi.
Allo stesso modo un ragazzo che è appassionato d’arte può sognare di diventare giornalista e critico d’arte ma se poi nella vita accade qualcosa che gli impedisce di raggiungere questo obbiettivo potrebbe sentirsi ugualmente appagato insegnando storia dell’arte oppure diventando accompagnatore turistico .

Per cui attraverso l’attività di mentoring cerco di portare l’attenzione sul fatto che la vera realizzazione personale non dipende dalla professione che si svolge, ma dal “valore” che essa permette di vivere e questo perchè a mio parere si può svolgere una professione anche di successo senza però che questo garantisca felicità ed appagamento se non ci si “identifica” con la professione stessa.

La  distinzione fra professione ed identificazione è molto semplice da vedere nella realtà, sappiamo distinguere facilmente le persone che lavorano per lo stipendio da quelle che  amano il loro lavoro… NO?

Se  si prende in considerazione la vita di artisti o imprenditori famosi, persone al massimo livello nel loro campo di interesse la prima frase che viene in mente parlando delle loro opere è del “lavoro di una vita”.

Ed in effetti, per la maggior parte di loro il  lavoro è la loro vita.

NON c’è nessuna separazione o distinzione tra chi sono e quello che fanno.

A presto.

Michelangelo avrebbe messo tutti 10 ai suoi studenti

I voti a scuola molto spesso NON indicano veramente l’esito di una performance di uno studente sono magari indicatori di una momentanea abilità/inabilità dello studente dettatata magari da altri fattori, quali timidezza, difficoltà a gestire l’emozione, difficoltà di espressione, ma la conseguenza dei VOTI è che stimolano un tipo di competizione o peggio di confronto degli studenti fra di loro. Tutte le persone diventano quindi consapevoli a livello esplicito di questo modo di competere e di confrontarsi già dai primi anni che frequentano le scuole e spesso questo limita le collaborazioni, le relazioni e l’amicizia costringendo gli studenti ad una “lotta” ed un viaggio in solitudine sin da quando sono piccoli verso la “VITTORIA”.

Michelangelo diceva che in ogni blocco di marmo c’era una statua bellissima, tutto quello che serve era rimuovere tutto il materiale in eccesso per rivelare il pezzo prezioso che vi è nascosto, se trasferiamo questo concetto forse un po’ visionario all’educazione mi viene da chiedere: “quanto sarebbe più utile iniziare a portare l’attenzione sull’individuo stesso anziché comparare un bambino ad un altro?
Non sarebbe molto meglio utilizzare tutte le nostre energie di educatore sul LEVARE quello che c’è in più e favorire lo sviluppo delle abilità, dei talenti, delle maestrie e dell’espressione di ciascun studente?

Mi rendo conto che sono tantissimi i percorsi educativi e tecniche di sviluppo personale proposti in rete e tutti si propongono DI DARE QUALCOSA IN PIU’ qualcosa che fino ad allora non si è riusciti ad ottenere: successo, soldi, performance d’eccellenza, al contrario il lavoro su cui voglio portare l’attenzione consiste nel TOGLIERE più che nell’AGGIUNGERE.
Attraverso l’attività di mentoring scolastico ho avuto la possibilità di conoscere molti studenti, che rimanevano “tra le mura” delle aspettative proprie e quelle altrui (spesso i genitori), tra quello che avrebbero “voluto fare” e quello che avrebbero “dovuto” fare, ragazzi con doti eccezionali che volontariamente si collocavano in una posizione di “SVANTAGGIO”.
Quello che cerco di fare con loro quindi, in modo totalmente naturale e spontaneo, è di metterli in un contesto dove possono sperimentare SE STESSI, cercando di TOGLIERE il senso di giudizio ed i condizionamenti esterni come quello, molto comune, di dover svolgere una professione NECESSARIAMENTE UTILE alla società. In realtà le persone veramente di SUCCESSO che ho conosciuto e di cui ho studiato accuratamente le loro biografie hanno quale primo obbiettivo quello di appagare un LORO bisogno, una LORO esclusiva passione e solo successivamente valutano i risvolti positivi sulla società che li circonda!

Ho deciso pertanto di approfondire questo mio interesse attraverso lo studio e la pratica dell’attività di Mentoring partendo però da una prospettiva pedagogica nuova, quella di Ken Robinson ed integrandola con le esperienze accumulate in centri di recupero per minori di Roma e Firenze.

Se vuoi quindi contattarmi compila i seguenti campi

La timidizza a scuola si vince con “LIE TO ME”

Nel corso dei miei studi universitari fui molto colpita dalle ricerche dello psicologo americano Paul Ekman, denominate Facial Action Coding System (FACS) e certo non avrei mai potuto immaginare che l’avrei utilizzato per la mia attività di Mentoring: la ricerca più famosa pubblicata nel 1978 codificava le espressioni facciali che l’essere umano utilizza istintivamente quando prova alcune emozioni . Ovunque nel mondo esistono solo 6 espressioni facciali riconoscibili : tristezza, sorpresa, rabbia, disgusto, paura e gioia. La scoperta vera e propria fu quella di “codificare” l’esatta combinazione di muscoli che gli esseri umani mettono in atto ogni volta che si trovano a provare una delle 6 emozioni oltre ad un grande numero di microespressioni ,della durata massima di un venticinquesimo di secondo, che rivelano se la persona sia sincera o meno. Vi ricordate il telefilm “lie to me” 🙂 .
Dopo aver Studiato Ekman mi chiesi immediatamente:
“Cosa succederebbe se tutti gli studenti timidi che durante le interrogazioni risultano poco credibili o convincenti fossero riusciti ad utilizzare i muscoli facciali giusti durante la loro esposizione orale?”
La risposta mi è arrivata molto più tardi quando madre di una ragazza che frequentava la scuola media le consigliai di ripetere quanto aveva studiato di fronte uno specchio; le prime volte questo consiglio ha generato grande divertimento ma con l’andare del tempo mia figlia, così come gli altri studenti che seguivo nel percorso di mentoring, si “scoprivano” immediatamente quando stavano dicendo cose sbagliate oppure poco convincenti, un po’ come fa il dr. Lightman nel telefilm “Lie to me”!
Inoltre la necessità di dover parlare di fronte a qualcuno che ti osserva pone automaticamente la necessità di doversi organizzare per superare quei drammatici 5 minuti iniziali che in fondo caratterizzano tutto l’andamento psicologico e quindi il rendimento di un esame .
In altri campi, quali quelli della vendita, questi fatidici 5 minuti dove lo studente vuole convincere l’insegnante di aver studiato, viene definito APPROCCIO ed è fondamentale saperlo gestire nel modo giusto in modo da “PILOTARE” ( si è proprio vero è così) tutto il resto dell’esame od interrogazione o colloquio di lavoro e tutte le altre mediazioni dove si vuole far scaturire nel nostro interlocutore emozioni positive.

La buona notizia è che imparare a “PILOTARE” un esame si può, pertanto se ti interessa contattami attraverso il formulario della pagina dei contatti verrai richiamato al più presto
Ciao
Roby

Per superare gli esami ricorda la regola del 7% – 38% – 55%

Secondo due studi condotti dallo psicologo americano Albert Mehrabian, professore della UCLA University, che pubblicò nei libri “Silent Messages” e “Nonverbal communication”, quando comunichiamo la credibilità è data al 38% dalla voce(paraverbale), al 55% dal non verbale(linguaggio del corpo) e solo dal 7%(verbale) dal contenuto di ciò che diciamo .
Quindi avere una voce che si esprime con l’emotività giusta (coerente) per quel particolare momento è utile in ogni campo professionale: avvocati, venditori, impiegati che hanno contatto con il pubblico, insegnanti e studenti senza contare anche nell’ambito privato e cioè nelle relazioni tra genitori e figli oppure con gli amici .
La voce infatti è percepita da chiunque come molto importante, in quanto rispecchia la personalità e riuscire a modularla nel modo adeguato al messaggio che si vuole comunicare, provoca in chi ascolta delle reazioni POSITIVE che suscitano apprezzamenti e RINFORZANO la sicurezza nelle proprie capacità, diventando delle leve per un “cambiamento” di cui a volte non ci si rende neanche conto.
Nel corso della mia attività di mentoring infatti focalizzo l’attenzione sull’importanza di una esposizione (durante prove di esame ad esempio) CONVINCENTE. Ci sono infatti molti studenti che pur studiando tantissimo nel corso delle interrogazioni od esami non risultano CONVINCENTI a causa soprattutto di una TIMIDEZZA rafforzata anche da un certo retaggio culturale che porta a separare CORPO e MENTE. Durante i corsi fornisco agli studenti gli strumenti per rendere più convincente la loro esposizione che porta AUTOMATICAMENTE il loro corpo ad essere più espressivo e quindi la comunicazione molto più EFFICACE.
Ad esempio quando uno studente espone con ENTUSIASMO un argomento che gli è stato richiesto dall’insegnante, quest’ultimo si convince che gli è piaciuto e quindi che ha studiato!!!! Piccolo trucchetto per svangarla…. ;-).
Imparare ad essere convincenti è utile non solo durante il percorso di studio ma anche per affrontare le prime esperienze professionali: colloqui di lavoro, inserimenti in nuovi impieghi, desiderio di voler fare carriera.

Non essere CONVINCENTE è una delle maggiori cause di INSUCCESSO nel comunicare e quindi in buona parte della vita e questo perché esiste una regola aurea della comunicazione:

IN UNA COMUNICAZIONE NON E’ IMPORTANTE IL MESSAGGIO CHE PARTE
MA QUELLO CHE ARRIVA!

A questo proposito sto organizzando i percorsi di Mentoring per piccoli gruppi di studenti mi potete quindi contattare con il formulario sotto indicato o attraverso la pagina dei contatti

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