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Chi sta con i giovani diventa giovane : cosa possiamo imparare da loro?

figli insegnanoDurante la campagna elettorale mi sono ritrovata a leggere un articolo il cui titolo diceva così: “Dall’emergenza educativa all’allarme educativo“.

Non mi è mai piaciuto parlare di emergenza educativa. L’emergenza mi riporta alla memoria guerre, disastri, allarmi. Di fronte ai problemi del mondo attuale, legati in buona parte alla crisi dell’educazione e del ruolo degli adulti, preferisco parlare di sfida educativa: la sfida ci chiede di metterci in gioco, di osare di più, di crederci, di puntare in alto. A qualcuno forse sembrerà un eccesso di zelo lessicale, ma probabilmente è molto di più; perché le parole che usiamo nel nostro linguaggio condizionano inevitabilmente il modo di vedere la vita. Davanti ad un ostacolo è molto meglio parlare di un obiettivo da conquistare piuttosto che di una difficoltà da superare. Per questo all’emergenza preferisco la sfida educativa.

Questo Blog nasce proprio dall’esigenza di riflettere sul nostro stile educativo e sul modo con cui affrontiamo le sfide del mondo attuale. E lo faccio però partendo dalla considerazione che senza formazione e competenze specifiche la battaglia è persa in partenza. Per educare, oggi, non è più possibile affidarsi al solo buon senso. Bisogna studiare, formarsi, aggiornarsi. Il mondo cambia rapidamente e un educatore non può permettersi di rimanere indietro: il prezzo da pagare sarebbe troppo alto, perché ci andrebbero di mezzo i nostri figli.

Per questo Studio, formazione ed aggiornamento: condizioni indispensabili per affrontare la sfida dell’educazione, una sfida che è sempre nuova. Innanzitutto perché sempre nuove sono le persone che costituiscono la relazione educativa: come scrive Benedetto XVI nella bellissima Lettera sul compito urgente dell’educazione, “il rapporto educativo è però anzitutto l’incontro di due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà“. Questa duplice libertà rende ogni azione educativa sempre nuova e mai uguale ad un’altra, oltreché imprevedibile. L’educazione non è mai la stessa perché un ragazzo cambia nel tempo; e perché cambia anche l’educatore.

Ma non è solo per questo motivo che l’educazione è una sfida sempre nuova. Ci sono anche delle novità oggettive che ci impongono di cambiare gli schemi mentali con cui interagiamo con i ragazzi. Il rapido avvento dei digital media, per esempio, ha provocato una vera e propria rivoluzione copernicana per cui spesso i ruoli tra docente e discente non sono così netti. Perché pc, cellulari, tablet etc danno ai ragazzi un potere  assolutamente inedito nei confronti di chi, come noi, con le tecnologie informatiche si trova spesso a fare i conti in maniera imbarazzante: alzi la mano il genitore che non abbia sentito la frustrazione di dover farsi spigare lo smartphone dai propri figli!

La struttura della famiglia, poi, si è modificata profondamente :dalla famiglia delle regole, che aveva al centro l’autorità del padre, siamo passati oggi alla famiglia degli affetti, che mette al centro le relazioni. A fronte di un indubbio arricchimento affettivo dei rapporti familiari, si presenta però un indebolimento dei ruoli educativi: l’autorità è sempre più in crisi, a volte i genitori assomigliano più a figure fraterne o amicali fino ad arrivare ad una vera e propria latitanza educativa.

Anche questa novità, condiziona l’educazione.

Un’altra difficoltà tipica dei nostri tempi è la generalizzata crisi dei modelli educativi, che rende tutto estremamente più difficile, dato che le agenzie educative esterne alla famiglia – scuola, internet, TV, solo per citare quelle principali – spesso remano contro quello che si insegna in famiglia, o quanto meno mandano messaggi che spesso sono contraddittori anche tra di loro.

Tutto ciò comporta la necessità di avere un nuovo approccio da parte degli educatori. Come già scritto, oggi non basta più la sola buona volontà; ci vuole un grande sforzo per comprendere un mondo che è cambiato con una rapidità mai vista prima. È cambiato il linguaggio ed è cambiato il modo di comunicare dei ragazzi rispetto a come lo facevano i genitori quando avevano la loro età. Il punto di partenza per affrontare la sfida dell’educazione è allora l’umiltà di rimetterci in gioco. Non solo lo studio, la formazione, le competenze educative; è necessario anche cambiare l’atteggiamento nei confronti dei ragazzi, chiedendoci: oltre quello che noi siamo in grado di dare ai ragazzi, che cosa possiamo imparare da loro?

Chi sta con i giovani diventa giovane“, diceva Giovanni Paolo II negli ultimi anni della sua vita. Non basta però stare semplicemente a contatto con loro e lui stesso ce lo ha insegnato. Dei giovani bisogna saper prendere tutto ciò che essi hanno da insegnarci: la fiducia, la capacità di sognare, la voglia di cambiare il mondo. Aggiungete a queste qualità la maturità di una persona adulta e avrete ottenuto l’identikit dell’educatore del terzo millennio.

Vi saluto

Roberta

Imparare ad entrare nella corrente australiana

Alcune recenti ricerche svolte sui posti di lavoro, sia nel pubblico sia nel privato, mostrano che un gran numero di persone si trovano in uno stato cerebrale e fisiologico quasi del tutto “spento” : passano ore a navigare su Internet o You Tube sognando ad occhi aperti e lavorando il minimo indispensabile provocando una vera e propria DISPERSIONE dell’attenzione; questi atteggiamenti di apatia ed indifferenza sono molto più diffusi nei lavori più semplici e ripetitivi. Per risolvere questo disagio lo psicologo comportamentista Csikszentmihalyi,teorico della felicità e del benessere, nel corso di una ricerca si è soffermato su quello che le persone intendevano con la definizione di  “buon lavoro” , ne è emerso un mix di ciò che si è bravi a fare con ciò che è legato agli interessi personali e che rispetta pienamente i propri principi etici. Si tratta di quelle professioni dove le persone sono talmente assorbite da perdere la cognizione del tempo; quando si ama quello che si sta facendo e questo ci fa sentire bene, in psicologia viene definita l’esperienza ottimale o di “flusso”.

e tu sei mai entrato nella corrente australiana?

e tu sei mai entrato nella corrente australiana?

Purtroppo nella vita quotidiana gli adulti si trovano molto più raramente in uno stato di flusso a differenza dei bambini che riescono ad essere completamente assorbiti dai loro giochi tanto da non accorgersi del tempo che passa e della mamma che chiama! 😉  Eppure ritrovare questa condizione cerebrale perfetta è veramente importante in quanto le persone che hanno più successo in ogni ambito sono proprio quelle che possono contare su questa felice combinazione.

Uno degli obbiettivi primari del mio lavoro con gli adolescenti consiste quindi nel far recuperare loro quelle abilità per riportarli proprio in questo stato di flusso e ci sono diversi modi per farli accedere a questo tipo di esperienza:

uno si manifesta quando devono affrontare un compito che richiede loro di spingere al massimo le loro capacità, una prova che per loro è considerata ai “limiti della realizzabilità”;

un altro quando si dedicano a qualcosa che li appassiona – la MOTIVAZIONE spinge automaticamente verso il flusso.

Una volta che un giovane si trova in questo stato ottimale c’è una ricca interconnessione fra diverse aree del cervello che gli consente di lavorare al meglio delle loro potenzialità, qualsiasi sia l’attività stiano svolgendo: studio, sportiva o creativa in genere .

Come dico spesso nelle scuole: “… è come entrare nella corrente australiana del film Nemo, è tutto più leggero, veloce e soprattutto divertente!” 😉

A presto

Roberta

Il regalo migliore per un figlio

Pagellini primo quadrimestre : 1^ Round

genitori e figli: istruzioni per l'uso

genitori e figli: istruzioni per l’uso

Questo è il periodo dei pagellini del primo quadrimestre e spesso, in questo periodo, vengo contattata da genitori preoccupati ed ansiosi per il rendimento scolastico dei figli . Il disagio più grande che mi sento raccontare dai genitori è quello che, vedendo i scarsi risultati dei loro figli, ritengono non siano riusciti a trasmettere adeguatamente l’importanza del valore  “CULTURA” .  

A mio parere, questo è uno dei più grossi fraintesi nelle relazioni, responsabile di litigate estenuanti tra genitori e figli: gli uni a causa del senso di inadeguatezza che nasce dal “giudicarsi” dalle performance dei propri figli, gli altri dal senso di incomprensione da parte degli adulti di quelle che sono le proprie aspirazioni e passioni. 

Le presupposizioni alla base dei confronti tra genitori e figli su questo argomento, spostano l’attenzione da qualcosa – apparentemente – poco importante come fosse già dato per scontato, chiedendo una decisione su altri elementi – apparentemente – importanti; quindi nella maggior parte dei casi le presupposizioni sono incomplete o, nei casi peggiori, ERRATE.

“Senza un titolo di studio, non vai da nessuna parte!” Quale titolo? Andare dove? Sei certo dove vuole andare e perché? Siamo certi che con quel titolo troverà lavoro? 

“Tu non mi capisci e non ti interessa come sono fatto veramente!” Cosa c’è che non ha capito? C’era qualcosa in più da capire oltre a quello che comunichi? Da quali comportamenti deduci che non capisce e non gli interessa? Sei certo che è così? Se non sei capito dagli adulti, tu ti conosci veramente? Ma soprattutto: COSA VUOI? 

Uno dei primi benefici che ottengo degli studenti attraverso l’attività di Mentoring è proprio l’acquisizione di quelle abilità linguistiche che consentono loro una maggiore chiarezza comunicativa con gli adulti (Genitori/Insegnanti) , “riposizionando” i giovani nei confronti dello studio per cui la cultura diventa un mezzo e non uno scopo . 

La scuola, le lezioni, lo studio rappresentano quindi un investimento a lungo termine, lo SCOPO è vivere una vita professionale e personale che li rappresenti veramente in modo da renderli pienamente FELICI,  e questo diventa lo scopo COMUNE che unisce genitori e figli. 

Per riposizionare i giovani nei confronti dello studio in modo da renderli più consapevoli e partecipativi, chiedo sempre quali sono gli ambiti, anche occasionali, dove hanno raggiunto i risultati che desiderano e da questa posizione di pienezza e completezza li “accompagno” attraverso gli altri ambiti della loro vita . 

Cosa Succede? 

Si impara a comunicare ed interagire con gli altri efficacemente in modo da avere chiaro COSA SI VUOLE ed il percorso per raggiungerlo.

Tutto questo avviene in modo assolutamente naturale utilizzando aspetti somatici e linguistici di un modello di coaching che sto studiando e svilluppando appositamente per gli adolescenti, denominato ReSonance.

A prestissimo

Roberta 😉

Mentoring Day for Young

qual è il tuo mestiere?

qual è il tuo mestiere?

Una delle attività che più amo e per cui molti studenti si rivolgono a me è fornire delle strategie per ottenere delle abilità specifiche; a volte sono studenti di liceo che giunti a metà del loro ciclo di studio vogliono aumentare la capacità di apprendimento, a volte sono studenti universitari che si rendono conto di attraversare un momento di trasformazione, vogliono capire ad esempio se continuare a seguire quel percorso di studio o entrare direttamente nel mondo del lavoro e quindi non sanno come affrontare questo momento e soprattutto come imparare a prendere velocemente delle decisioni, oppure comunicare meglio o trovare un certo equilibrio tra vita privata ed aspirazione professionale.

Di volta in volta effettuo un tipo di intervento diverso a seconda delle esigenze delle persone: a volte mi capita di lavorare con giovani studenti che hanno intrapreso un determinato percorso lavorativo o di studio perché nella loro famiglia vi era già qualcuno che aveva intrapreso lo stesso percorso e quindi loro sin da piccoli si erano abituati a vedere come si comportavo i loro familiari in quel particolare ambito lavorativo. Respirando quell’aria sin da piccoli hanno carpito anche i segreti del modo di lavorare delle persone che hanno visto; poi però accade qualcosa per cui pur trovandosi ad effettuare lo stesso lavoro o studio che pensavano di conoscere bene, visto che ci erano “cresciuti dentro”, devono affrontare delle situazioni molto diverse rispetto a quelle che hanno dovuto affrontare i loro genitori o parenti, e così si trovano in qualche modo ad adattare quello che hanno imparato sino a quel giorno ad un mondo cambiato o comunque molto diverso. In altre situazioni mi trovo con giovani studenti che invece hanno deciso di intraprendere una carriera o un percorso di studio totalmente diverso da quello intrapreso dai loro familiari, magari discostandosi da quelle che sono state le loro tradizioni familiari, non poche volte anche sfidando delle regole familiari.

In entrambe i casi quando i giovani si rivolgono a me per migliorare le loro prestazioni nello studio o all’interno della loro attività lavorativa, la prima cosa che chiedo loro è quale è stata quella cosa per cui hanno iniziato quel particolare studio od attività oppure di descrivermi il momento esatto e le sensazioni o emozioni che provavano quando hanno fatto quel tipo di scelta. Il primo consiglio che cerco di dare sempre è proprio quello di linkarsi nuovamente con quel tipo di passione che ha generato l’entusiasmo originario, quello che avevano quando hanno iniziato a studiare proprio quella cosa lì ;-)

Solitamente è qualcosa che quando hanno iniziato a farla, ha portato loro un immediato successo, una cosa per cui, anche con poca fatica li faceva rendere al meglio all’interno di un determinato ambito, qualcosa per cui le persone che li circondavano, familiari e non, trovavano in loro e non non in altre persone che magari facevano la stessa cosa.

Nella maggior parte dei casi infatti quello che accade è che quella particolare UNICITA’ di cui tutti siamo dotati con l’andar del tempo si affievolisce . Lo scopo principale dell’attività di Mentoring diventa quindi quello di insegnare a riconoscere il proprio talento unico, successivamente coltivarlo ed accrescerlo ed infine farlo emergere nell’ambito dello studio o del lavoro. Esiste una strategia efficace per farlo e se vuoi posso insegnartelo nel corso del Mentoring Day for Young riservato ad un gruppo ristretto di giovani . Se ti interessa quindi conoscere la “tecnologia” più evoluta e veloce che conosco, ti consiglio di prenotarti subito attraverso questo link.

Mentoring Day for Young

Ti aspetto a presto

Cosa è che ci spinge a fare quello che facciamo?

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Oggi cercheremo di dare una risposta a queste domande.

Cosa è che ci spinge a fare quello che facciamo? Cosa ci fa alzare la mattina e ci fa iniziare a fare delle cose?

Cosa ti aspetti di raggiungere e perché ha così ha così tanto significato per te?

Sulla motivazione ho un idea molto meno di tendenza, anzi al riguardo sono molto pragmatica; nel senso che non ritengo ci sia nessuno che possa riuscire a condizionarti in modo veramente duraturo o motivarti a fare qualcosa che non ti piace veramente; credo invece che tutto questo debba passare attraverso le nostre emozioni cioè ogni obbiettivo deve essere raggiunto attraverso una serie di azioni (adeguate), che coinvolgono necessariamente le nostre vere passioni ed attitudini. Cioè attraverso quelle cose che riattivano la nostra energia personale.

Molte persone sono convinte che ciò che fanno li rappresenti completamente e che possono mantenere sempre un controllo totale  sulle loro azioni, in realtà quello che succede è che, nella maggior parte dei casi,  sono portati a pensare ed agire partendo da elementi che sono in gran parte sconosciuti ed inconsci, e sono gli stessi che ci allontanano dagli obbiettivi che in realtà vorremmo raggiungere .

Probabilmente qualcosa del genere l’avete sperimentato quando avete deciso di fare una dieta e comunque mangiate quelle cose che sapete che vi fanno male, quando vi proponete di finire un lavoro entro una determinata scadenza ed invece impiegate il doppio del tempo, cose che succedono a tutti insomma.

Questo accade perché le azioni non erano allineate con le promesse che vi eravate fatte, e questo a causa del modo in cui abbiamo “allenato” la nostra mente. Il modo come funziona la nostra mente è esattamente il risultato del condizionamento avuto ed a volte questo condizionamento ci porta a compiere delle azioni che ci avvicinano verso i nostri obbiettivi altre volte ci allontanano decisamente. :-/

Molto spesso quello che accade è di auto sabotarsi! 😦

Osservando le azioni di persone che hanno raggiunto risultati eccezionali in qualsiasi campo: nel lavoro, nello studio, nello sport nelle relazioni ho scoperto che avevano acquisito l’abilità di cominciare a capire come utilizzare in maniera molto sottile quello stesso meccanismo di auto “sabotaggio” e di rivoltarlo trasformarlo in ciò che poi l’ hanno portati  verso il raggiungimento dei propri obbiettivi, l’abilità cioè di utilizzare al contrario gli stessi processi che fanno sabotare per  raggiungere gli obbiettivi che si desiderano questo è il nucleo centrale della mia attività di Mentoring.

Uno dei campi dove ho applicato personalmente questa abilità è stata la conoscenza della lingua inglese, praticamente in poco tempo sono riuscita a migliorare notevolmente il mio livello di conoscenza della lingua senza studiare…se vuoi sapere come, contattami e ti suggerirò tante dritte ;-).

A presto

Voglio ricordare tutto come Cicerone

memoria-di-ferroPresa dall’entusiasmo per la visione del film Now You See Me …..ho comprato e letto subito il libro di uno dei mentalisti più forti al mondo Derren Brown. Sono rimasta sbalordita della semplicità con cui spiega molte tecniche utilizzate per memorizzare le carte e che a parer mie possono essere riprodotte da chiunque abbia bisogno di riuscire a ricordare informazioni nella “sequenza perfetta”.;-) 

Una di queste si chiama TECNICA DEI LOCI (da “locus” che significa luoghi) Considera che questa tecnica è molto utilizzata al “World Memory Championship” nella prova della memorizzazione delle carte da gioco.
Su internet puoi  vedere un estratto dal documentario realizzato dalla BBC sulle potenzialità del cervello intitolato “BBC-Get smart”. E’ in inglese ma anche nel caso in cui non lo sapessi il messaggio si capisce molto bene grazie all’uso delle immagini. Descrive la tecnica utilizzata dal campione del mondo nel 2002 Andy Bell per memorizzare 10 mazzi di carte da gioco in 20 minuti. Utilizzando la tecnica dei loci ha memorizzato le 520 carte ed è in grado di rievocare la posizione di ogni singola carta. Ha impiegato 2,3 secondi a carta! ;-) 

loci 2Non ci crederai ma questa tecnica  risale a più di 2000 anni fà. Porta il nome del suo inventore, Cicerone, che, senza avere a disposizione le informazioni che sono state scoperte negli ultimi anni sul funzionamento della nostra mente, si era reso conto che, facendo un certo tipo di pensieri, riusciva a ricordare le sue orazioni senza aver bisogno di alcun appunto.

La tecnica da lui utilizzata era molto semplice e altrettanto efficace. Immagina che volesse parlare di quattro argomenti principali (o capitoli)  Ovviamente, le cose che voleva dire su ciascun di questi le aveva ben presenti. Gli serviva soltanto una strategia per ricordare la giusta sequenza. Pensava semplicemente ad un tragitto: un esempio poteva essere quello che portava da casa sua al foro dove teneva le sue orazioni e, ad ogni cosa particolare che incontrava, associava un oggetto che gli ricordasse l’argomento del quale doveva parlare. Se gli argomenti dei quali voleva parlare erano Catilina, i soldi, la guerra e la memoria, associava idee che gli ricordassero questi argomenti alle cose che incontrava nel tragitto. Questo gli permetteva di ripercorrere il discorso avendo sempre il filo conduttore, senza perdersi e senza saltare da un argomento all’altro senza una logica.
Possiamo usare questa tecnica per ricordare una sequenza di punti chiave di una presentazione con slides, di un esame o di qualunque altra cosa che ritieni opportuno

Ovviamente, possiamo prendere uno qualsiasi dei percorsi che abbiamo fatto anche senza conoscerlo nel dettaglio, io solitamente consiglio il tragitto che si è soliti fare per andare al lavoro o scuola. Questo perché prenderemo come ganci mentali soltanto i punti che ricordiamo, ripercorrendo mentalmente quel tragitto: sono i punti che più ci hanno lasciato un’emozione (ah quel bellissimo negozio di scarpe sotto casa mia  ;-) ) e che, quindi, ci torneranno in mente ogni volta che penseremo a quel percorso. Questa tecnica a differenza delle mappe che ci costruiamo per ricordare,  è solo mentale, quindi, non scriveremo nulla e, prima di riutilizzare uno stesso tragitto per memorizzare altri concetti, dobbiamo aver portato a lungo termine le informazioni che avevamo studiato precedentemente.

Comunque i loci devono essere impressi saldamente nella memoria, perché è fondamentale che tu non faccia mai fatica a ricordarli, non più di quanto faccia fatica a ricordare le stanze della tua casa.

Ti faccio un esempio immaginiamo che tu abbia una serie di cose da ricordare da fare nella giornata:

  1. Comprare dei francobolli
  2. passare dalla lavanderia
  3. al lavoro chiamare Tizio
  4. dar riparare il tuo cellulare
  5. dare da mangiare al gatto
  6. telefonare a Caio

Ora inizia così il percorso dei loci, la prima cosa è comprare sono i francobolli quindi posiziona una immagine nitida dei “francobolli” la tua prima localizzazione, se è un negozio magari immagina un enorme francobollo appiccicato sulla vetrina, poi passiamo alla lavanderia immagina il tuo tailleur preferito indossato dalla ragazza del bar (2° locus) continua così la lista sostituendo le cose da fare con una immagine localizzata sul tuo percorso . Se devi telefonare a Tizio immaginalo in chiesa (3 locus) mentre serve la messa!

Ti assicuro che una volta terminato avrai in mente un percorso familiare che puoi ripassare con la fantasia ogni volta che vuoi!

Questa è una delle tecniche che insegno ad i ragazzi durante le sessioni di mentoring, se ti interessa saperne di più contattami,  ti risponderò subito  .;-) 

Ti saluto

Roby

Trova il tuo QUINTO ELEMENTO per far vivere le tue passioni

ogmmDi recente ho avuto l’opportunità di assistere ad un orchestra itinerante formata da giovani, quasi tutti minorenni, davvero talentuosi, tra di loro vi era anche una giovane ragazza tenore, di soli 15 anni davvero molto brava; non ho potuto fare a meno di chiedere alla madre come mai la figlia si fosse avvicinata a questa arte davvero poco comune trai i giovani e questo è quello che mia ha risposto:“in famiglia nessuno di noi si è mai avvicinato alla lirica, però avevo notato che quando casualmente mia figlia ascoltava cantare un opera era quasi ipnotizzata, allora l’ho accompagnata a vederne una quando aveva solo 8 anni, pensando che da lì a mezzora me ne sarei andata, invece è rimasta ferma per circa 2 ore! Alla fine dell’opera mi ha detto “mamma, io voglio stare là sopra” indicandomi il palco(ELEMENTO)” .

In ambito sportivo mi ha colpito la storia di Bart Conner, ginnasta americano aveva sei anni quando scoprì di poter camminare sulle mani facilmente così come faceva sui piedi. Più tardi scoprì che poteva farlo anche sulle scale ; aveva una naturale destrezza, la madre di Bart non poteva di certo immaginare cosa sarebbe successo ma gli ha riconosciuto un attitudine lo ha quindi accompagnato in una palestra (ELEMENTO) che Bart ha trovato un luogo inebriante! Più tardi divenne il giovane ginnasta americano più medagliato della storia .

L’ELEMENTO, è il concetto descritto dal pedagogista inglese Sir Ken Robinson nel corso del Benchmark Business svoltosi a Londranel 2012 che ha riunito i più grandi leader di pensiero che potessero ispirare i partecipanti ad essere leader migliori e rendere più sane le loro organizzazioni ed aziende.

Durante la conferenza è emerso che non basta  essere solo BRAVI a fare qualcosa bisogna trovare l’ELEMENTO in cui talento naturale e passione personale si incontrano.

Per vari motivi il tipo di educazione attuale è più orientata nel fare delle previsioni su quello che sarà UTILE nel corso della nostra vita e per la nostra carriera più che essere focalizzata su quello che veramente ci piace fare, su chi siamo veramente.

La madre del ginnasta non poteva immaginare quello che sarebbe successo a suo figlio e di certo non lo potrà mai sapere la medre del tenore  ma fortunatamente i ragazzi hanno trovato il loro ELEMENTO ed un MENTORE che sono riusciti ad individuare i loro talenti ead insegnare loro come farli conoscere al mondo esterno.

I 3 principi da cui parto per i miei studi orientati all’attività di Mentoring rivolta ai giovani sono:

  • TUTTI ABBIAMO GIA’ QUELLO CHE CI SERVE PER ESSERE DELLE PERSONE BRILLANTI ED APPAGATE
  • TUTTI NOI ABBIAMO UNA RISORSA ENORME DI TALENTO
  • LA CREATIVITA’ SI IMPARA ED E’ FONDAMENTALE PER ESTERNARE IL
    TUO TALENTO

L’attività di mentoring consente di rientrare in contatto con i propri talenti e passioni riportando chiunque verso il PROPRIO ELEMENTO cioè quel luogo virtuale attraverso il quale vengono vagliate tutta una serie di possibilità più che di limitazioni.

Il processo trasformativo più efficace ch esto studiando  è il ReSonance   in quanto a differenza della PNL Classica, quella di Bandler per intenderci,  parte da come sei quando tutto è “perfetto” ed espande a partire da questa posizione. Inoltre questa evoluzione della PNL, affronta il problema di come riconoscere la propria ABILITA’ UNICA o se preferiamo chiamarlo TALENTO e soprattutto come utilizzarla !

Se ti interessa riconoscere la TUA ABILITA’ UNICA contattami via Twitter o FB page oppure attraverso la pagina dei contatti .

A presto Roby

Praticare l’arte antica dell’ascolto

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Uno dei primi libri che ho letto sulla comunicazione negli anni 90 e che ebbe molto successo soprattutto negli Stati Uniti fu “le 7 regole per avere successo” dove l’autore Stephen Covey descrive le sette abitudini da acquisire per diventare delle persone veramente “efficienti”:
1 Sii proattivo
2 Inizia con in testa la fine
3 Dai la precedenza alle cose più importanti
4 Fai si’ che tutti vincano
5 Cerca prima di capire, poi di essere capito
6 Cerca la sinergia
7 Affina la lama
In particolare riguardo il punto 5 lo stesso Covey affermava che solitamente si ascolta a uno di questi 4 livelli
Ignorando totalmente l’altra persona(non ascoltiamo per nulla)
Fingiamo di ascoltare l’altra persona ( si, si certo)
Ascoltiamo in maniera selettiva (cogliamo solo alcune parti della conversazione)
Ascoltiamo attentamente, concentrandoci su ogni parola pronunciata.
A mio parere gli ultimi due livelli sono le forme più comuni di ascolto nelle relazioni con i nostri figli o sbaglio?
Direi che si è persa un po’ l’abitudine ad ascoltare, cioè siamo disposti a conoscere le opinioni altrui se parlano in televisione via Twitter o FB ma l’ascolto “tradizionale” viene considerato una sorta di perdita di tempo.
Per ascolto tradizionale mi riferisco a quello che lo stesso Covey chiamava Ascolto Empatico. L’ascolto che ha lo scopo di capire ciò che veramente viene detto, e consente di entrare nello schema di riferimento dell’interlocutore. È da qui che bisogna guardar fuori, per vedere il mondo come l’altra persona lo vede, per capire il suo paradigma, per comprendere come si sente.
Ritengo che questo accade spesso nelle interazioni con i figli, e che quindi si pronuncino frasi del tipo:”Tu non mi ascolti mai quando parlo” oppure “non ti interessa come la penso” .
Affinare questo tipo di abilità e’ assolutamente indispensabile sia nelle relazioni professionali ma soprattutto nelle relazioni con i nostri figli .
Se ti interessa qualche strategia per affinare questa abilità puoi contattarmi attraverso la pagina dei contatti.
A presto
Roby

Pagellino scolastico ad effetto Barnum

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P. T. Barnum, l’impresario del celebre circo americano, soleva dire che i suoi spettacoli avevano tanto successo perché in essi si poteva trovare “qualcosa per ciascuno:” i numeri erano talmente vari che tutti trovavano qualcosa di loro gusto.

Per capire come sia possibile applicare questo principio alla stesura di un pagellino scolastico, bisogna fare un salto in avanti di quasi un secolo dai tempi di Barnum. Alla fine degli anni ’40 lo psicologo americano Bertram R. Forer teneva un corso introduttivo ad una quarantina di studenti del primo anno in un’università della California. Aveva appena parlato del “Diagnostic Interest Blank”, un questionario standardizzato da lui sviluppato per cercare di descrivere in maniera sintetica ed oggettiva il carattere di una persona. Per mostrare il funzionamento del sistema, chiese ai suoi studenti di compilare il questionario stesso: sulla base dei risultati, avrebbe tracciato un breve profilo caratteristico di ciascuno.

Trascorso il tempo necessario per esaminare i questionari, Forer consegnò ad ogni studente una busta contenente un profilo caratteriale in tredici punti, chiedendo di esprimere con un punteggio da zero a cinque quanto buona fosse la descrizione.

Il risultato fu quello che il professore si aspettava: quasi tutti gli studenti avevano dato un punteggio alto, quattro o cinque (i punteggio medio risultò essere 4.2), mentre nessuno aveva dato zero o uno: i profili preparati da Forer erano veramente azzeccati!

Ma Forer aveva imbrogliato, a fin di bene, i suoi studenti. I profili caratteristici “personalizzati” erano tutti uguali! Ecco la traduzione dei tredici punti del testo originale:

  1. Hai molto bisogno che gli altri ti apprezzino e ti stimino.
  2. Hai una tendenza ad essere critico nei confronti di te stesso.
  3. Hai molte capacità inutilizzate che non hai volto a tuo vantaggio.
  4. Pur avendo alcune debolezze nel carattere, sei generalmente in grado di porvi rimedio.
  5. Il tuo equilibrio sessuale è stato in qualche modo problematico.
  6. Disciplinato e controllato all’esterno, tendi ad essere preoccupato ed insicuro dentro di te.
  7. A volte dubiti seriamente di aver preso la giusta decisione o di aver fatto la cosa giusta.
  8. Preferisci una certa dose di cambiamento e varietà e ti senti insoddisfatto se obbligato a restrizioni e limitazioni.
  9. Ti vanti di essere indipendente nelle tue idee e di non accettare le opinioni degli altri senza una prova che ti soddisfi.
  10. Hai scoperto che è imprudente essere troppo sinceri nel rivelarsi agli altri.
  11. A volte sei estroverso, affabile, socievole, mentre altre volte sei introverso, diffidente e riservato.
  12. Alcune delle tue aspirazioni tendono ad essere davvero irrealistiche.
  13. La sicurezza è uno degli obiettivi principali nella tua vita.

Forer, proprio come Barnum, aveva messo nel testo consegnato agli studenti “qualcosa per ciascuno”: un po’ di tutto in modo che chiunque trovasse qualcosa (o anche più di qualcosa) che si adattava al proprio carattere.

Esaminando i tredici punti del profilo ci si accorge subito di alcuni trucchi che si possono usare: primo di tutti, fare affermazioni contraddittorie (ed esempio la 6 o la 11). Dato che sono frasi che affermano sia una cosa sia il suo contrario, nella peggiore delle ipotesi saranno sbagliate soltanto a metà. Tuttavia, dato che raramente il carattere di una persona è monolitico, le probabilità che la persona si riconosca nella contraddizione stessa più ancora che in una delle due metà è molto alta.

Un altro trucco, quasi ovvio, è fare affermazioni talmente scontate da essere vere per chiunque, come ad esempio la numero 7: chi è così sicuro di sé da essere sempre certo di aver fatto la scelta giusta? Un terzo trucco è quello di sbilanciarsi leggermente verso una descrizione positiva del carattere, cercando sempre di compensare eventuali “difetti” (come nel punto numero 4): lasciando stare le lodi sperticate, un profilo “positivo” non solo compiace chi lo legge, ma lo rende anche più disposto a crederci.

Perché ho voluto parlare dell’“effetto Barnum”? La lezione che anche Forer trae, nell’articolo in cui descrive l’esperimento, è che è molto difficile far valutare SOLO al soggetto stesso, ad esempio uno studente, la bontà di una descrizione del proprio carattere ed inclinazioni.

Inoltre  che è facile scrivere un giudizio od un consiglio di orientamento completamente generico, in cui tutti possano riconoscersi: “ Vista la sensibilità dello studente dimostrata durante il percorso di studio, si consiglia l’indirizzo umanistico” – “l’alunno ha raggiunto in modo adeguato gli obbiettivi programmati ed ha acquisito una buona capacità di organizzare i tempi si consiglia pertanto qualsiasi indirizzo di studio”- “l’alunno ha mostrato maggiore interesse per le materie che utilizzano strumenti tecnologici, si consiglia pertanto un indirizzo di studio tecnico o professonale”

Il percorso di Mentoring che propongo ai miei studenti si propone di indirizzare i giovani verso esperienze educative che possano coinvolgerli emotivamente e questo perché parto da una prospettiva assolutamente NUOVA, e nella maggior parte dei casi con dei risultati eccellenti. 

Se ti interessa sapere come funziona il percorso puoi contattarmi anche via Skype. 

Ciao

Roby

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