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Scarica il nuovo e-book per il METODO DI STUDIO PERFETTO

studente_libri E’ uscito FINALMENTE  su Amazon il nuovissimo  manuale su come trarre il massimo dal tuo studio! Anche se il titolo si spiega piuttosto bene da solo, sento che una piccola introduzione è comunque necessaria per farti capire cos’è e cosa non è questo e-book.
Il mio obiettivo sarà quello di spiegarti tutte le più importanti tecniche per studiare e riuscire a dare il meglio di se durante le interrogazioni od esami e perché no anche un colloquio di lavoro a cui tieni tanto.
Questo ti tornerà molto utile se hai leggeri problemi di apprendimento e memoria e potrebbe risolvere completamente il problema, ma trarrai degli indiscutibili vantaggi anche se pensi di avere già adottato un ritmo di studio regolare già strutturato: chissà, potresti imparare dei trucchetti che prima non conoscevi e che ti torneranno utili in futuro! 🙂
Alcune delle tecniche che spiegherò sono di immediata applicazione,mentre altre richiederanno un po’ di impegno e magari una piccola spesa. In quel caso sta a te decidere se vale la pena di investire su certi strumenti.
Bene, adesso che ho detto quello che è, voglio dirti cosa NON è questo manuale.
Di certo non è una guida miracolosa che risolverà qualsiasi problema della tua vita: semplicemente migliorerà l’efficacia del tuo studio, e scusami se è poco!
Perché se studi meglio sarai più rilassato e concentrato durante il giorno, e questo potrebbe portare ad una lunga serie di belle conseguenze come quella di non lasciarsi scappare le opportunità della vita.
http://www.amazon.it/manuale-metodo-studio-perfetto-professionale-ebook/dp/B01ALW00ME
Aspetto che mi dici cosa ne pensi. 😉

A presto
Roby

Decidere con la “pancia” è una strategia ragionevole

pensareQuando frequentavo le superiori a volte venivo assalita da dubbi grammaticali che riuscivo a risolvere soltanto dopo averli scritti su un foglio bianco  (tipo coscienza :con la i o senza, dibattito 2b??? etc) e non capivo perché’ mentre li scrivevo azzeccavo  quella giusta soltanto  perché mi “suonava bene” , a livello di sensazione … di pancia appunto.

Più avanti ho scoperto che gli imprenditori di maggior successo raccolgono innumerevoli dati attingendo a molte più fonti (e di più varia natura) non solo quelle che la maggioranza delle persone riterrebbero importanti ma anche quelle che la maggioranza delle persone non riterrebbero importanti ed anche loro, infatti si rendevano conto che, di fronte a una decisione vitale, le sensazioni di “pancia”  dovevano  comunque essere prese in considerazione.

Studiando l’attività cerebrale ho scoperto che quando prendiamo una decisione di questo tipo i sistemi subcorticali (tra cui l’amigdala e l’insula) operano al di fori della consapevolezza cosciente, raccogliendo le regole decisionali che ci guidano ed immagazzinando la nostra saggezza di vita (facendoci poi arrivare il risultato dei loro procedimenti sotto forma di una percezione interiore . Questa impressione sottile (come quando ci diciamo appunto “mi suona bene”) ci indirizza ancor prima che possiamo esprimere la nostra decisione razionalmente o a parole.

Se non fosse così ci resterebbe solo quella fredda razionalità che trova espressione nella cosiddetta “teoria dell’utilità attesa” grazie ai quali soppesiamo e calcoliamo i pro e contro di tutti i fattori che riteniamo rilevanti, teoria che però mi fa sorgere un paio di dubbi perché:

  1. raramente la vita si presenta in termini così ordinati e netti
  2. la nostra mente, automatica ed involontaria, che conserva le informazioni più rilevanti per una corretta decisione, è inaccessibile razionalmente.

Uno studio accademico sulle intuizioni di “pancia” è giunto alla conclusione che utilizzare queste sensazioni, al pari di vere e proprie informazioni è “in genere una ragionevole strategia di giudizio” (e non una perenne fonte di errori come vorrebbero gli iper-razionalisti).

Per prendere decisioni intelligenti quindi non basta non basta essere degli esperti in un particolare campo 😦 , occorre avere anche una accentuata autoconsapevolezza .

Se conosciamo bene NOI stessi oltre che i nostri affari, possiamo muoverci con scaltrezza nell’interpretazione dei fatti – attenzione però alle nostre DISTORSIONI interiori che possono manipolare la nostra capacità di giudizio ma questo gli studenti del mio corso sulle strategie per lo sviluppo dell’attenzione,  lo sanno bene  😉 .

Ciao

Roberta

Source

FOCUS D. Goleman

Personality and Social Psychology Review

#educazione #finanziaria

paghettaDare la classica “paghetta” ai figli, già dalla tenera età dei 7-8 anni li può aiutare a diventare investitori oculati, a patto, ovviamente, di non sforare la cifra pattuita. Al riguardo è stato fatto uno studio da una Banca Olandese su un campione di 12.000 clienti in 13 paesi europei, secondo cui coloro che ricevono dai genitori una piccola somma di denaro ogni settimana sviluppano solide capacità di pianificazione finanziaria e sono meno esposti al rischio di contrarre debiti una volta raggiunta l’età adulta. Oltre la metà degli intervistati, che hanno dichiarato di averla ricevuta da piccoli, oggi accantona i risparmi con regolarità.

Queste capacità consistono in un maggiore controllo delle spese, minori probabilità di trovarsi con il conto in rosso, più propensione al risparmio sviluppata grazie all’uso più responsabile del denaro. Sono gli stessi genitori che riconoscono i vantaggi di questo metodo: il 70% di chi remunera i figli si dice certo che una volta usciti di casa diventeranno autosufficienti, mentre l’83% la considera una valida strategia per far comprendere ai bambini il valore dei soldi.  –

A mio parere quindi è giusto approcciare l’argomento già in tenera età senza farsi troppi problemi, ma occorre dare l’esempio e soprattutto non essere ipocriti.

Da una ricerca  (clicca qui per approfondire) di un Manager di una grande impresa tedesca alcune regole da tenere a mente quando si vuole (o non si vuole) parlare di denaro coi propri figli.

I soldi sono come il sesso
Un altro argomento difficile da approcciare con i ragazzini è la sfera sessuale. Nella maggior parte dei casi i figli ne sanno molto di più di quanto noi immaginiamo. Certe cose non si possono tenere segrete. Lo stesso principio vale per i soldi. I bambini hanno occhi e orecchie, e anche se forse non riescono a percepire il valore reale di ogni cosa, ci vedono pagare, comprare, litigare per denaro. Osservano e traggono le loro impressioni. Il compito dei genitori è aiutarli a contestualizzare quello che sanno, imparare il valore delle cose e non solo il loro prezzo.

Pensare prima di parlare
L’esempio è più forte di ogni parola. Non si può spendere il proprio stipendio in gratta e vinci e poi dire ai figli di risparmiare, così come non si è credibili se ci si compra una nuova automobile ogni anno e poi si tengono lezioni sulla futilità delle cose materiali. “Se c’è una forte discrepanza tra quello che si dice e quello che si fa, loro se ne accorgeranno presto e cominceranno a ignorare quello che viene loro detto”, afferma il consulente.

Parlare, parlare, parlare
A scuola non si parla di soldi. I genitori sono coloro che dovrebbero insegnare come gestire il proprio capitale, anche se esiguo, incluso il non indebitarsi troppo e il pensare anche alla propria vita post-lavorativa.

Parlare CON loro, non a loro
E’ fondamentale non “tenere lezioni” dove a parlare è uno solo, il genitore, ma di avere conversazioni con scambi di opinioni e domande a cui loro devono cercare le proprie risposte.

La “paghetta” può essere un buon allenamento
Questo argomento è molto discusso : dare una paghetta settimanale può essere utile a responsabilizzare e allenare i ragazzi a una pianificazione delle proprie risorse finanziarie, già a partire dai sette anni. Con la condizione di non sforare la cifra pattuita, altrimenti diventa inutile.

Investire nei propri figli
Significa ad esempio : se vostro figlio vi chiede un telefono o una bicicletta nuova, pagatene metà e offritegli un modo per guadagnarsi l’altra metà”.

Non si finisce mai
Parlare coi propri figli di soldi non è una cosa che si fa una volta, ma anzi andrebbe fatto per tutto il corso della vita. Ovviamente, man mano che i figli crescono, dovrebbe cambiare anche l’approccio e la qualità di questo tipo di conversazioni.

Source:

http://www.morningstar.it/

LA TEORIA DELLE FINESTRE ROTTE

#degrado #scuolaNel 1969, presso l’Università di Stanford (USA), il professor Philip Zimbardo ha condotto un esperimento di psicologia sociale. Lasciò due auto abbandonata in strada, due automobili identiche, la stessa marca, modello e colore. Una l’ ha lasciata nel Bronx, quindi una zona povera e conflittuale di New York ; l’altra a Palo Alto, una zona ricca e tranquilla della California. Due identiche auto abbandonate, due quartieri con popolazioni molto diverse e un team di specialisti in psicologia sociale, a studiare il comportamento delle persone in ciascun sito.

Si è scoperto che l’automobile abbandonata nel Bronx ha cominciato ad essere smantellato in poche ore. Ha perso le ruote, il motore, specchi, la radio, ecc. Tutti i materiali che potevano essere utilizzati sono stati presi, e quelli non utilizzabili sono stati distrutti. Dall’altra parte , l’automobile abbandonata a Palo Alto, è rimasta intatta.

È comune attribuire le cause del crimine alla povertà. Attribuzione nella quale si trovano d’accordo le ideologie più conservatrici (destra e sinistra). Tuttavia, l’esperimento in questione non finì lì: quando la vettura abbandonata nel Bronx fu demolita e quella a Palo Alto dopo una settimana era ancora illesa, i ricercatori decisero di rompere un vetro della vettura a Palo Alto, California. Il risultato fu che scoppiò lo stesso processo, come nel Bronx di New York : furto, violenza e vandalismo ridussero il veicolo nello stesso stato come era accaduto nel Bronx.

Perchè il vetro rotto in una macchina abbandonata in un quartiere presumibilmente sicuro è in grado di provocare un processo criminale?

Non è la povertà, ovviamente ma qualcosa che ha a che fare con la psicologia, col comportamento umano e con le relazioni sociali.

Un vetro rotto in un’auto abbandonata trasmette un senso di deterioramento, di disinteresse, di non curanza,  sensazioni di rottura dei codici di convivenza, di assenza di norme, di regole, che tutto è inutile. Ogni nuovo attacco subito dall’auto ribadisce e moltiplicare quell’idea, fino all’escalation di atti, sempre peggiori, incontrollabili, col risultato finale di una violenza irrazionale.

In esperimenti successivi James q. Wilson e George Kelling hanno sviluppato la teoria delle finestre rotte, con la stessa conclusione da un punto di vista criminologico, che la criminalità è più alta nelle aree dove l’incuria, la sporcizia, il disordine e l’abuso sono più alti.

Se si rompe un vetro in una finestra di un edificio e non viene riparato, saranno presto rotti tutti gli altri. Se una comunità presenta segni di deterioramento e questo è qualcosa che sembra non interessare  a nessuno, allora lì si genererà la criminalità. Se sono tollerati piccoli reati come parcheggio in luogo vietato, superamento del limite di velocità o passare col semaforo rosso, se questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi.

Se parchi e altri spazi pubblici sono gradualmente danneggiati e nessuno interviene, questi luoghi saranno abbandonati dalla maggior parte delle persone (che smettono di uscire dalle loro case per paura di bande) e questi stessi spazi lasciati dalla comunità, saranno progressivamente occupato dai criminali.

Gli studiosi hanno risposto in una forma più forte ancora, dichiarando che l’incuria ed il disordine accrescono molti mali sociali e contribuiscono a far degenerare l’ambiente.

A casa, tanto per fare un esempio, se il capofamiglia lascia degradare progressivamente la  sua casa, come la mancanza di tinteggiature alle pareti che stanno in pessime condizioni, cattive abitudini di pulizia, proliferazioni di cattive abitudine alimentari, utilizzo di parolacce, mancanza di rispetto tra i membri della famiglia, ecc, ecc, ecc. poi, anche gradualmente,  cadranno anche la qualità dei rapporti interpersonali tra i membri della famiglia ed inizieranno a crearsi cattivi rapporti con la società in generale. Forse alcuni, perfino un giorno, entreranno in carcere.

Questa teoria delle finestre rotte può essere un’ipotesi valida a comprendere la degradazione della società e la mancanza di attaccamento ai valori universali, la mancanza di rispetto per l’altro e alle autorità (estorsione e le tangenti) , la degenerazione della società e la corruzioni  a tutti i livelli. La mancanza di istruzione e di formazione della cultura sociale, la mancanza di opportunità, generano un paese con finestre rotte, con tante finestre rotte e nessuno sembra disposto a ripararle.

La “teoria delle finestre rotte” è stata applicata per la prima volta alla metà degli anni ottanta nella metropolitana di New York City, che era divenuto il punto più pericoloso della città. Si cominciò combattendo le piccole trasgressioni: graffiti che deterioravano il posto, lo sporco dalle stazioni, ubriachezza tra il pubblico, evasione del pagamento del biglietto, piccoli furti e disturbi. I risultati sono stati evidenti: a partire della correzione delle piccole trasgressioni si è riusciti a fare della Metro un luogo sicuro.

Successivamente, nel 1994, Rudolph Giuliani, sindaco di New York, basandosi sulla teoria delle finestre rotte e l’esperienza della metropolitana, ha promosso una politica di tolleranza zero. La strategia era quella di creare comunità pulite ed ordinate, non permettendo violazioni alle leggi e agli standard della convivenza sociale e civile. Il risultato pratico è stato un enorme abbattimento di tutti i tassi di criminalità a New York City.

La frase “tolleranza zero” suona come una sorta di soluzione autoritaria e repressiva, ma il concetto principale è più prevenzione e promozione di condizioni sociali di sicurezza. Non è questione di  violenza ai trasgressori, né manifestazione di arroganza da parte della polizia. Infatti, anche in materia di abuso di autorità, dovrebbe valere la tolleranza zero. Non è tolleranza zero nei confronti della persona che commette il reato, ma è tolleranza zero di fronte al reato stesso. L’idea è di creare delle comunità pulite, ordinate, rispettose della legge e delle regole che sono alla base della convivenza  umana in modo civile e socialmente accettabile.

È bene di tornare a leggere questa teoria e di diffonderla .

Chi sta con i giovani diventa giovane : cosa possiamo imparare da loro?

figli insegnanoDurante la campagna elettorale mi sono ritrovata a leggere un articolo il cui titolo diceva così: “Dall’emergenza educativa all’allarme educativo“.

Non mi è mai piaciuto parlare di emergenza educativa. L’emergenza mi riporta alla memoria guerre, disastri, allarmi. Di fronte ai problemi del mondo attuale, legati in buona parte alla crisi dell’educazione e del ruolo degli adulti, preferisco parlare di sfida educativa: la sfida ci chiede di metterci in gioco, di osare di più, di crederci, di puntare in alto. A qualcuno forse sembrerà un eccesso di zelo lessicale, ma probabilmente è molto di più; perché le parole che usiamo nel nostro linguaggio condizionano inevitabilmente il modo di vedere la vita. Davanti ad un ostacolo è molto meglio parlare di un obiettivo da conquistare piuttosto che di una difficoltà da superare. Per questo all’emergenza preferisco la sfida educativa.

Questo Blog nasce proprio dall’esigenza di riflettere sul nostro stile educativo e sul modo con cui affrontiamo le sfide del mondo attuale. E lo faccio però partendo dalla considerazione che senza formazione e competenze specifiche la battaglia è persa in partenza. Per educare, oggi, non è più possibile affidarsi al solo buon senso. Bisogna studiare, formarsi, aggiornarsi. Il mondo cambia rapidamente e un educatore non può permettersi di rimanere indietro: il prezzo da pagare sarebbe troppo alto, perché ci andrebbero di mezzo i nostri figli.

Per questo Studio, formazione ed aggiornamento: condizioni indispensabili per affrontare la sfida dell’educazione, una sfida che è sempre nuova. Innanzitutto perché sempre nuove sono le persone che costituiscono la relazione educativa: come scrive Benedetto XVI nella bellissima Lettera sul compito urgente dell’educazione, “il rapporto educativo è però anzitutto l’incontro di due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà“. Questa duplice libertà rende ogni azione educativa sempre nuova e mai uguale ad un’altra, oltreché imprevedibile. L’educazione non è mai la stessa perché un ragazzo cambia nel tempo; e perché cambia anche l’educatore.

Ma non è solo per questo motivo che l’educazione è una sfida sempre nuova. Ci sono anche delle novità oggettive che ci impongono di cambiare gli schemi mentali con cui interagiamo con i ragazzi. Il rapido avvento dei digital media, per esempio, ha provocato una vera e propria rivoluzione copernicana per cui spesso i ruoli tra docente e discente non sono così netti. Perché pc, cellulari, tablet etc danno ai ragazzi un potere  assolutamente inedito nei confronti di chi, come noi, con le tecnologie informatiche si trova spesso a fare i conti in maniera imbarazzante: alzi la mano il genitore che non abbia sentito la frustrazione di dover farsi spigare lo smartphone dai propri figli!

La struttura della famiglia, poi, si è modificata profondamente :dalla famiglia delle regole, che aveva al centro l’autorità del padre, siamo passati oggi alla famiglia degli affetti, che mette al centro le relazioni. A fronte di un indubbio arricchimento affettivo dei rapporti familiari, si presenta però un indebolimento dei ruoli educativi: l’autorità è sempre più in crisi, a volte i genitori assomigliano più a figure fraterne o amicali fino ad arrivare ad una vera e propria latitanza educativa.

Anche questa novità, condiziona l’educazione.

Un’altra difficoltà tipica dei nostri tempi è la generalizzata crisi dei modelli educativi, che rende tutto estremamente più difficile, dato che le agenzie educative esterne alla famiglia – scuola, internet, TV, solo per citare quelle principali – spesso remano contro quello che si insegna in famiglia, o quanto meno mandano messaggi che spesso sono contraddittori anche tra di loro.

Tutto ciò comporta la necessità di avere un nuovo approccio da parte degli educatori. Come già scritto, oggi non basta più la sola buona volontà; ci vuole un grande sforzo per comprendere un mondo che è cambiato con una rapidità mai vista prima. È cambiato il linguaggio ed è cambiato il modo di comunicare dei ragazzi rispetto a come lo facevano i genitori quando avevano la loro età. Il punto di partenza per affrontare la sfida dell’educazione è allora l’umiltà di rimetterci in gioco. Non solo lo studio, la formazione, le competenze educative; è necessario anche cambiare l’atteggiamento nei confronti dei ragazzi, chiedendoci: oltre quello che noi siamo in grado di dare ai ragazzi, che cosa possiamo imparare da loro?

Chi sta con i giovani diventa giovane“, diceva Giovanni Paolo II negli ultimi anni della sua vita. Non basta però stare semplicemente a contatto con loro e lui stesso ce lo ha insegnato. Dei giovani bisogna saper prendere tutto ciò che essi hanno da insegnarci: la fiducia, la capacità di sognare, la voglia di cambiare il mondo. Aggiungete a queste qualità la maturità di una persona adulta e avrete ottenuto l’identikit dell’educatore del terzo millennio.

Vi saluto

Roberta

Ogni caduta ci rende più forti

Sosteniamo i nostri figli  dalle cadute fisiche e psicologiche: una brutta pagella, una bocciatura, una delusione amorosa ; sono tutte occasioni per dimostrare quanto li amiamo e quanto crediamo in loro .

 

Social Coaching

Social Coaching.

Sociopatici di successo ovvero il lato oscuro dell’empatia

il lato oscuro

il lato oscuro

L’empatia è quel radar emotivo che, se bene usato nel corso della nostra vita, ci consente di trovare numerose risorse per il raggiungimento dei nostri obbiettivi. Molto spesso quindi questa dote che ci consente di entrare in connessione emotiva con gli altri, viene promossa e favorita soprattutto negli ambiti didattici;  ma proprio a causa del suo grande potere, a volte presenta anche un suo utilizzo “oscuro” come nei casi di bullismo tra i giovani o ancora peggio nei casi di violenze sulle donne o in famiglia.

Il lato oscuro dell’empatia si manifesta quando una persona la utilizza per individuare i punti deboli delle altre persone per approfittare di loro, in sostanza per manipolarle.  Tali individui non provano alcun timore, la minaccia di una punizione (rimprovero dei genitori o nota disciplinare ad esempio) non rappresenta per loro alcun deterrente.

Secondo l’approccio psicologico classico questi soggetti vengono definiti sociopatici (circa l’un per cento della popolazione) che, una volta divenuti adulti, spesso “nascondono” questo loro disturbo attraverso “una IMITAZIONE perfetta delle normali emozioni, un’acuta intelligenza ed un atteggiamento di responsabilità sociale” , i cosiddetti  SOCIOPATICI DI SUCCESSO di cui il mondo del lavoro è pieno. Tra gli indicatori più  importanti, oltre al ricorso patologico alle bugie ed alla tendenza a vivere sulle “spalle degli altri”, vi sono anche:

grossi deficit di attenzione, quali facilità ad annoiarsi e a distrarsi che inoltre impedisce di “vedere le conseguenze delle loro azioni”;

scarsa capacità di controllare gli impulsi;

totale mancanza di solidarietà nei confronti di chi soffre.

Nel corso dei progetti scolastici pertanto, dedico una parte importante allo sviluppo delle strategie cognitive al fine di contrastare questo tipo di pericolo attraverso l’attivazione di una forma primitiva di EMPATIA DIFENSIVA.

Secondo la mia esperienza in ambienti didattici e non, costruire una EMPATIA COGNITIVA è possibile a qualsiasi età ma sicuramente attivarla in età adolescenziale consente la costruzione di legami professionali e personali di qualità, presupposto non trascurabile per lo sviluppo sano di un giovane.

Se siete interessati allo sviluppo delle strategie cognitive potete contattarmi qui

Ciao

Roberta

Il regalo migliore per un figlio

Pagellini primo quadrimestre : 1^ Round

genitori e figli: istruzioni per l'uso

genitori e figli: istruzioni per l’uso

Questo è il periodo dei pagellini del primo quadrimestre e spesso, in questo periodo, vengo contattata da genitori preoccupati ed ansiosi per il rendimento scolastico dei figli . Il disagio più grande che mi sento raccontare dai genitori è quello che, vedendo i scarsi risultati dei loro figli, ritengono non siano riusciti a trasmettere adeguatamente l’importanza del valore  “CULTURA” .  

A mio parere, questo è uno dei più grossi fraintesi nelle relazioni, responsabile di litigate estenuanti tra genitori e figli: gli uni a causa del senso di inadeguatezza che nasce dal “giudicarsi” dalle performance dei propri figli, gli altri dal senso di incomprensione da parte degli adulti di quelle che sono le proprie aspirazioni e passioni. 

Le presupposizioni alla base dei confronti tra genitori e figli su questo argomento, spostano l’attenzione da qualcosa – apparentemente – poco importante come fosse già dato per scontato, chiedendo una decisione su altri elementi – apparentemente – importanti; quindi nella maggior parte dei casi le presupposizioni sono incomplete o, nei casi peggiori, ERRATE.

“Senza un titolo di studio, non vai da nessuna parte!” Quale titolo? Andare dove? Sei certo dove vuole andare e perché? Siamo certi che con quel titolo troverà lavoro? 

“Tu non mi capisci e non ti interessa come sono fatto veramente!” Cosa c’è che non ha capito? C’era qualcosa in più da capire oltre a quello che comunichi? Da quali comportamenti deduci che non capisce e non gli interessa? Sei certo che è così? Se non sei capito dagli adulti, tu ti conosci veramente? Ma soprattutto: COSA VUOI? 

Uno dei primi benefici che ottengo degli studenti attraverso l’attività di Mentoring è proprio l’acquisizione di quelle abilità linguistiche che consentono loro una maggiore chiarezza comunicativa con gli adulti (Genitori/Insegnanti) , “riposizionando” i giovani nei confronti dello studio per cui la cultura diventa un mezzo e non uno scopo . 

La scuola, le lezioni, lo studio rappresentano quindi un investimento a lungo termine, lo SCOPO è vivere una vita professionale e personale che li rappresenti veramente in modo da renderli pienamente FELICI,  e questo diventa lo scopo COMUNE che unisce genitori e figli. 

Per riposizionare i giovani nei confronti dello studio in modo da renderli più consapevoli e partecipativi, chiedo sempre quali sono gli ambiti, anche occasionali, dove hanno raggiunto i risultati che desiderano e da questa posizione di pienezza e completezza li “accompagno” attraverso gli altri ambiti della loro vita . 

Cosa Succede? 

Si impara a comunicare ed interagire con gli altri efficacemente in modo da avere chiaro COSA SI VUOLE ed il percorso per raggiungerlo.

Tutto questo avviene in modo assolutamente naturale utilizzando aspetti somatici e linguistici di un modello di coaching che sto studiando e svilluppando appositamente per gli adolescenti, denominato ReSonance.

A prestissimo

Roberta 😉

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